Se entri nella vigna del tuo prossimo, potrai mangiarne l’uva, secondo il tuo appetito, a sazietà, ma non potrai metterne in alcun tuo recipiente da portar via.
Deuteronomio
Devo questa massima alla citazione che me ne faceva sistematicamente mio padre quando da ragazzino durante una passeggiata in campagna ci trovavamo in vista di un vigneto carico di uva matura. Questo mantra era il suo modo di spiegare ad un bambino la sua particolare visione della società ideale, una specie di sintesi fra collettivismo e naturale propensione dell’uomo a disporre di proprietà privata. Vedeva ovviamente nelle tensioni irrisolte di questo dualismo gran parte delle storture sociali delle quali siamo testimoni quotidianamente. Soltanto disinnescando questo conflitto la società può evolversi. Semplice, bello, praticamente impossibile. Se ne può discutere.


Diversi anni dopo mi ritrovo davanti allo spettacolo dei vigneti nel loro pieno rigoglio, non sono più un bambino e non sono impreparato. Ho la kodak di mio fratello più grande. Lo scenario è quello delle Langhe astigiane e uno dei protagonisti della scena immaginiamolo invisibile, enorme, un gigante che dotato di un grande pettine anch’esso invisibile pettina la campagna dando alle colline acconciature ora morbide ora arruffate.
Ma a stimolare la mia attenzione non erano gli aspetti favolistici bensì quelli geometrici.

La vista segue con volontaria obbedienza i filari che con il loro ordine prospettico trasportano lo sguardo verso l’orizzonte, dove la continuità delle linee di flusso si frantuma disperdendo i vigneti in un un apparente disordine di campi, ciascuno con la propria grafica minuta. E la riducibilità alla loro essenza grafica rende i paesaggi di vigneti disegnabili con pochi tratti di matita. Nelle fotografie in bianco e nero l’effetto grafico si esalta e le immagini acquistano tridimensionalità grazie alla morbidezza donata alle superfici dal vello verde, sopratutto a mezza altezza verso l’orizzonte.

Non ho più la vecchia Kodak di mio fratello, un oggetto straordinario con la sua custodia marrone chiaro e i suoi ingranaggi delicati e precisi. Fotografare attraverso quell’obbiettivo dava a me ragazzo la sensazione di una professionalità che non c’era ma che avrebbe potuto esserci in futuro. A fotografare i vigneti ci sono tornato con la fotocamera di un telefono.
Quando a distanza di molti anni sono tornato ad interessarmi dei vigneti sono stato richiamato più dalla loro cifra privata di ‘campagna dietro casa’ che dalla loro dimensione di grandi superfici strutturate. Ho in mente le vigne di Ovrano, frazione di Acqui Terme. I piccoli appezzamenti coltivati a vite si serrano l’uno con l’altro lungo il loro perimetro, ciascuno mostrando un personale orientamento dei propri filari, a testimonianza della sapienza dei coltivatori locali che sfruttano piani e pendenze al meglio per dare alle piante e all’uva il massimo di esposizione alla luce del sole.

Benché la vite sia una pianta votata a celebrare la luminosità del sole, è alla luce del pomeriggio o del tramonto che mostra la sua rilassante varietà cromatica. La luce di taglio arricchisce di chiaroscuri i filari trasformando il manto uniforme in velluto.


Verso sera. dopo una giornata di spietata calura estiva, la vigna si libera del suo odore caratteristico. Lo sento arrivare ad onde, proprio come se a portarlo fosse l’armonico succedersi dei filari, simile al ripetersi delle onde del mare sulla spiaggia.
Per qualche ragione profonda ogni volta che mi sono trovato ad attraversare una vigna verso sera non ho potuto fare a meno di ripensare al mare e alla spiaggia. I bordi delle strade di campagna e le ripe dalle quali si affacciano sui vigneti ricordano un lungomare altalenate che guarda un mare verde bloccato nel tentativo di infrangersi sulla costa. Il paesaggio nella sua fissità esprime un ritmo dinamico impossibile da credere involontario.

Viene da pensare che chi coltiva i vigneti abbia non solo dei fini produttivi ma anche fini estetici, magari inconsapevolmente.