“la realtà [la natura] è la rappresentazione di se stessa”. Questa espressione era usata spesso da Schopenhauer nelle sue riflessioni di confronto fra volontà, intesa soprattutto come volontà di vivere e percepire l’essenza profonda della realtà, e rappresentazione, intesa come figurazione mentale strutturata della realtà fenomenica. Già pronunciare i nome di questo pensatore dei primi dell’800 è difficile e ancor di più lo è comprendere le basi del suo pensiero. E’ al di fuori della mia portata. Per figurarmi il suo assioma sulla natura che rappresenta se stessa posso avvalermi soltanto dell’intuito e dalla mia propensione per le analogie.

Mi ritrovo affacciato dal davanzale di pietra di una loggia medievale ad osservare i resti di un antico teatro etrusco e mi lascio prendere dall’emozione che da il salto temporale multi-millenario di cui sono testimone. Immagino uomini e donne dell’epoca impegnati nei loro rituali quotidiani atti a dare senso allo scorrere del tempo che a loro doveva sembrare lento e inarrestabile, senza un principio ne una fine… Spesso facciamo sulla gente del passato delle assunzioni proprio bizzarre. Mentre rimescolo sul significato di principio e fine del tempo abbasso lo sguardo sulla pietra del davanzale. Scopro di avere sotto le mani una specie di pellicola i cui fotogrammi sequenziano la nascita dell’universo, il nostro universo: il big bang, l’espandersi inflattivo del plasma primordiale, fatto di grumi di spazio-tempo che non si decidono se esistere o meno e che danzano un tango passionale con nuvole di materia-energia, dominate dall’anarchia di particelle infinitesimali anch’esse incerte fra l’essere e il non essere.
Non so dire se le cose siano andate davvero così. Gli scienziati parlano di diversi scenari, alcuni più alcuni meno probabili ma non meno suggestivi.

In base a qualche evidenza scientifica qualcuno propone, per l’universo primitivo all’origine di tutto, un continuo stazionario, freddo, rarefatto, fatto di immobilità, un ordine ‘quasi‘ perfetto. La ruggine primordiale.
Increspature, piccole perturbazioni, vibrazioni che si propagano lentamente e inesorabilmente, alimentano il crescendo di disordine e allontanano lo stato dell’universo dalla singolarità in cui era in origine, rendendolo sempre più complesso, sempre più complicato.



E’ facile contaminare la cosmologia con la nostra personale metafisica
Il tempo attuale, quella frazione infinitesima del tempo dell’universo di cui siamo contestuali, ci vede osservatori dell’attuarsi estremamente complesso di moltissimi eventi, tutti intimamente interconnessi, per la ragione che in origine il sistema era “il sistema”. Il groviglio cosmico quasi annulla le differenze fra il ‘qui e il ‘li’ , fra il ‘prima’ e il ‘dopo’. Molti dicono che queste ultime sono categorie limitanti e specifiche del nostro punto di vista. Se per questo non riusciremo mai a comprendere per intero l’universo , ammesso che l’intero esista, resta comunque lo spettacolo (e che spettacolo).



Nulla dura per sempre. A me piace pensare che in un lontano futuro l’universo, stanco di creare (e distruggere) straordinarie meraviglie cosmiche, all’apice del suo respiro siderale, decida di tornare alla sua apparente calma originaria.…



….in attesa di ricominciare



